Description
Uno studio che si presenta come viaggio da Toledo ad
Avila, attraverso i secoli, alla scoperta di prove, ducumenti,
testimonianze e fatti, che attestino l’ascendenza
marrana di Teresa di Gesù. Un’importante occasione
per conoscere, nel rispetto della verità storica,
la verità su Teresa di Gesù e la Chiesa.
Mi stupisco nel trovarmi in Avila, «autentico diamante
di pietra grezza, dorata dal sole dei secoli
e da secoli di sole…»1, come scrive Miguel
de Unamuno e nel quadro della Settimana Europea
della Cultura ebrea.
Teresa di Gesù2 costringe a porsi molti interrogativi, a mettersi
in questione e a tentare di dare e darsi qualche risposta.
Voglio considerare la Mater spiritualium sotto un’ottica
specifica che consente di toccare con mano una realtà storica
poco conosciuta e molto volentieri misconosciuta: Teresa, così
amante della verità, dovrebbe affermare “Io discendo da marrani”.
Sarà un viaggio che toccherà due città: Toledo e Avila;
transiterà in secoli diversi e la cui meta sarà il nostro oggi, per
non cadere nella ben nota trappola di una rammemorazione
erudita ma sterile.
Fino a vent’anni fa, in un’opera molto nota di V. Sackville-
West, L’aquila e la colomba, dedicata nella prima parte a Teresa
di Gesù, si leggeva una pagina che può servire da griglia, ma
esattamente all’opposto, nella nostra ricerca. Voglio leggerla
integralmente per far comprendere quanto i pregiudizi abbiano
insabbiato e deformato la storia reale:
L’orgoglio razziale [allora] era fortissimo, non solo per
l’arroganza innata dei Castigliani, ma per il triplice motivo
dell’infiltrazione moresca, dell’odio antiebraico, e dei giudizi
irrevocabili dell’Inquisizione. Perché uno Spagnolo potesse
camminare a testa alta era necessario che egli fosse certo di
possedere un sangue impeccabilmente limpido, limpia san-
gre; quella purezza o limpieza, cioè, che lo facesse giudicare
del tutto esente da ogni infiltrazione inquinatrice giudaica
o maomettana, non solo, ma mondo altresì da ogni vincolo
di discendenza con gente condannata in antico dal tribunale
dell’Inquisizione, colpa questa che non era possibile dissimulare,
poiché il reo era costretto a indossare la divisa gialla
marchiata della croce di Sant’Andrea. Di questo tremendo
castigo i Cepeda erano fortunatamente immuni e nemmeno
la più piccola macchia contaminava il blasone di Alonso de
Cepeda, quello delle due mogli e dei suoi dodici figli. Essi potevano
godere tutti del privilegio o tratamiento dell’hidalgo che
conferiva il prefisso di “Don” e di “Doña”, a seconda del caso,
ma che nel caso di Teresa era più che superfluo poiché la
futura santa dava in escandescenze vere e proprie ogni volta
che qualche ben pensante si rivolgeva a lei chiamandola col
suo titolo. I Cepeda erano al disopra di ogni sospetto, chiusi
nel loro palazzo presso i bastioni che sovrastavano proprio il
vecchio quartiere ebraico, ora deserto3.
Dopo aver ampiamente sorriso, tentiamo di delineare un
tracciato autentico, rispettoso della verità storica che, peraltro,
non sminuirà per nulla la grandezza di Teresa di Gesù, anzi
la renderà aperta al nostro tempo e non ridotta soltanto a un
reperto archeologico.
Si viene creando quindi «una chiave interessante di lettura
della Santa»4 che farà emergere alcune componenti dell’identità
di Teresa, perché la trasmissione della tradizione familiare
non è indifferente nella creazione della personalità e della selfimage
di ciascuno.
[…]






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