Description
Editoriale
Ombretta Pettigiani
QUALCHE COORDINATA PER CAPIRE DANIELE
Paolo Merlo
IL POTERE SECONDO DANIELE (DN 2 E 7)
Giovanni Ibba
ANIMALI IN LOTTA E UN PICCOLO CORNO
CHE CRESCE (DN 8)
Mario Cucca
QUANDO I CONTI NON TORNANO (DN 9)
Marco Settembrini
UN UOMO VESTITO DI LINO (DN 10,1–12,4)
Laura Invernizzi
«BEATO CHI ATTENDERÀ
CON PAZIENZA» (DN 12,13)
Piero Capelli
IL QUARTO LIBRO DI ESDRA (4 ESDRA)
Vincenzo Anselmo
APOCALITTICA E PSICOLOGIA DEL VEGGENTE
BIBBIA E SCUOLA
Marco Tibaldi
I romanzi apocalittici: L’ombra dello scorpione
di Stephen King
PER SAPERNE DI PIÙ
Marcello Panzanini
Davvero tu sei profeta in Israele:
il Commento a Daniele di Teodoreto di Cirro
RILETTURE
Valeria Poletti
Cinema e apocalisse/1
APOSTOLATO BIBLICO
Fabio Pizzitola
Parola e sinodalità. I cantieri di Betania: l’ospitalità
VETRINA BIBLICA
ARTE
Marcello Panzanini
In attesa: Daniele nella fossa dei leoni
di Pieter Paul Rubens
EDITORIALE
Il lettore solitamente attento di Parole di vita avrà già notato una stranezza in copertina: si annuncia la trattazione dell’apocalittica in Daniele, ma poi ci si concentra sulla seconda parte del libro (capp. 7–12). Come nel numero precedente, focalizzato sui libri profetici, si distingueva tra materiale escatologico, proto-apocalittico e apocalittico in senso stretto, così anche in Daniele si trova una mescolanza di generi che rendono necessarie una lettura e un’interpretazione accurate dell’opera. A ciò si dedica Ombretta Pettigiani. Ella offre le coordinate indispensabili per muoversi all’interno di un testo che si può definire “liquido”. Anzitutto, a motivo dell’indeterminatezza dei suoi confini. Come il libro di Ester, la versione greca (anch’essa ebraica) di Daniele risulta più ampia rispetto a quella masoretica. Tra il materiale in eccedenza si trova, al cap. 14, un’altra versione del racconto di Daniele nella fossa con i leoni (per sei giorni invece che una notte), raffigurato in copertina e illustrato da Marcello Panzanini. In secondo luogo, a motivo della mobilità della sua collocazione canonica. La tradizione ebraica – di impostazione prima farisea, poi rabbinica – lo include tra gli Scritti: in seguito alle due repressioni romane, infatti, si era decisa a obliterare le tendenze più marcatamente apocalittiche presenti al proprio interno (il Quarto libro di Esdra, per esempio, scritto intorno al 100 d.C. probabilmente in ebraico, fu tramandato dalle comunità cristiane orientali e accolto nella Vulgata latina, come specifica Piero Capelli). La tradizione ebraica di lingua greca, invece, lo inserisce tra i Profeti (in due codici assai importanti chiude la loro serie e in uno funge da cerniera con il Nuovo Testamento). Una posizione così oscillante spinse i padri della chiesa a difendere la caratura profetica del libro e del suo autore, come fa per esempio Teodoreto di Cirro – ancora nel V secolo – nel suo Commento (Marcello Panzanini): la posta in gioco era la veridicità delle visioni di Daniele. Parlo di «visioni», riferendomi a tutto il libro, perché i manoscritti greci recano all’inizio di ogni capitolo questo titolo: «Visione». Ciò chiarisce come la tradizione ebraica in lingua greca abbia letto in chiave profetica e apocalittica l’intero impianto del libro, contribuendo a coltivare quell’humus messianico da cui germinerà il cristianesimo. Non per caso, Giovanni, l’unico veggente canonico del Nuovo Testamento, qualifica le proprie visioni come «profezia » (Ap 1,3) al pari di Daniele, l’unico veggente dell’Antico (Dn 9,24). Parimenti, Gesù esprimerà la propria consapevolezza messianica autodefinendosi «figlio dell’uomo» come la figura che in Daniele si muove tra l’umano e il divino e che con il tempo assunse una valenza messianica e una natura soprannaturale e preesistente (Paolo Merlo). Al pari di ogni profezia e di ogni visione, la simbolica numerica, teriomorfa, astronomica e cromatica disseminata ovunque va decifrata con cura. E così sul libro di Daniele si è affinata la tecnica della crittografia. Dietro la sequenza di belve si intravede una teologia della storia (Giovanni Ibba); il ricalcolo degli anni indicati in un oracolo di Geremia getta una sfida alla teodicea (Mario Cucca); figure celesti disvelano il corso della storia sino al tempo della fine (Marco Settembrini), ma sollecitano a sopportare il “ritardo” nella maturazione del tempo divino vivendo il presente con sapienza e responsabilità (Laura Invernizzi). Un simile sforzo interpretativo lascia esausto il veggente. A più riprese si parla del suo sfinimento e del suo turbamento. La lama dell’ermeneutica lo trapassa e lo lascia a pezzi. L’esperienza visiva lo destabilizza e lo traumatizza (Vincenzo Anselmo). Non gli resta che trasmettere il suo travaglio al lettore che, dopo tanto vedere, resta avvolto nel mistero: anche l’evidenza solare contiene macchie scure. Ma proprio per questo vale la pena di imbarcarsi sulle montagne russe dove cielo e terra, sopra e sotto si congiungono in un attimo. Quindi, buona lettura.
Marco Zappella






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