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«Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”» (Mt 16,13-15).
«Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto sconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre» (2Fil,6-11).
Questo affermano di Gesù tanto Matteo quanto Paolo. Ma qual è stata la risposta del Corano a questa teologia incentrata sulla persona di Cristo come figlio di Dio, suo adoratore e servitore fino alla morte di croce?
Quando parla di Gesù, il Corano ricorre a diverse denominazioni e appellativi. Lo chiama infatti ora Isà, che etimologicamente è il termine più vicino alla voce ebraica Yisu‘; ora il messia, con l’intento di opporsi in maniera definitiva al radicale rifiuto degli ebrei nel riconoscerlo come tale; ora profeta; ora messaggero; ora servo o servitore di Dio Altissimo; ora uno “spirito” che viene da Dio; ora “parola” di Dio o che Dio fece discendere su uno o determinati personaggi della storia della rivelazione e ora come sigillo dei profeti dei figli di Israele. Consideriamo, pur se per sommi tratti, cosa il Corano riconosce che Cristo sia stato e cosa invece gli nega.
Di solito quando i testi islamici parlano di Gesù ricordano anche sua madre Maria.






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