Rivista di Pastorale Liturgica
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Rivista di Pastorale Liturgica

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SOMMARIO

Editoriale

2 Marco Gallo

La speranza non delude

Studi

4 Mattia Tomasoni

La genesi di un “evento di successo”

9 Patrizio Rota Scalabrini

Il giubileo biblico, antidoto alla rassegnazione

15 Roberto Massaro

Il senso della speranza cristiana

20 Brunetto Salvarani

La posta in gioco della speranza

25 Davide Brasca

Il pellegrinaggio: trovare e trovarsi

30 Andrea Grillo

Indulgenza: questione, forme

e possibile significato attuale

35 Alessandra Costanzo

La penitenza tra conversione e compassione

41 Cesare Silva

Ad limina apostolorum:

Roma, teatro del giubileo

48 Giuseppe Midili

L’anno santo, per una “potatura” pastorale

Formazione

53 Paolo Alliata

Non come muti spettatori

6. Il coraggio della verità

58 Paolo Carrara

La Novo millennio ineunte

25 anni dopo

Asterischi

63 Manuel Belli

Gesti e parole

9. Il pellegrinaggio

Chiacchiere di sacrestia

69 Manuel Belli

Giubileo non benissimo

73 Segnalazioni

 

Editoriale

Marco Gallo

La speranza non delude

 

«Tutti sperano», scrive papa Francesco all’inizio della bolla Spes non confundit (d’ora in poi, SNC). Da qui comincia il XXVII giubileo ordinario, come il papa l’ha immaginato. Dopo una drammatica pandemia, a cui seguono azioni di guerra sempre più esplicite, i cristiani e l’umanità tutta sembrano in debito proprio di ragioni per sperare. E la speranza, che è desiderio e attesa del bene connaturare al vivere umano, non c’è solo quando tutto va bene. Anzi essa è tale proprio nonostante l’imprevedibilità del futuro. L’umano conosce bene lo scetticismo e il pessimismo, che consistono nel pensare che nulla può offrire felicità. Ma la sfiducia conserva la sua natura di atto secondo, rispetto al venire al mondo umano che prima è apertura e ricerca di bene. L’annuncio di salvezza consiste nel confermare questa originarietà della speranza e nel far risuonare la Parola: «La speranza non delude» (Rm 5,5)! Il fondamento dello sperare è nell’azione di Dio che non ha posto condizioni alla nostra salvezza e la rinnova: la speranza si fonda sulla fede ed è nutrita dalla carità: «Sant’Agostino scrive in proposito: “In qualunque genere di vita, non si vive senza queste tre propensioni dell’anima: credere, sperare, amare”» (SNC 5). Sperare si manifesta subito come atto di resistenza al male, nella forma delicata di una virtù: la pazienza. Il mondo digitale accelera il suo tempo1, vorrebbe tradurre ogni atto nelle categorie del “tutto e subito”, vive in fretta e mette in fuga la calma, ricevendo in cambio nervosismo, violenza gratuita, insoddisfazione e chiusura. Ma il creato resiste e timidamente parla ancora la lingua della pazienza, dello stupore. E, con questo, tutta una serie di esperienze umane si offre solo come pazienza e scelta di non essere di fretta: educare, amare, gustare, pregare, meditare. «Riscoprire la pazienza fa tanto bene a sé e agli altri» (SNC 4). Immaginare il giubileo come una pratica di speranza che sottragga gli individui alla sfiducia si concretizza per il papa in otto segni di speranza (SNC 7), che sono definiti ex negativo: 1) Il sogno della pace introdotto come resistenza alla «tragedia della guerra». 2) Il desiderio di fecondità che vince il «calo della natalità». 3) La volontà di reinserire chi si è perso, detto a partire dal citare per primi «i detenuti che, privi della libertà, sperimentano ogni giorno, oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo, le restrizioni imposte e, in non pochi casi, la mancanza di rispetto». 4) Il risvegliare gratitudine con una cultura di prossimità agli ammalati. 5) L’aiutare l’entusiasmo dei ragazzi, degli studenti e delle giovani generazioni, come cura al crollo dei sogni dei giovani, tentati da malinconia, noia e effimero autodistruttivo. 6) Il permesso di un futuro migliore aperto a esuli, profughi e rifugiati. 7) I sogni degli anziani, vincendo insieme solitudine e senso di abbandono. 8) Le enormi risorse del mondo ridistribuite per dar speranza ai miliardi di poveri, vittime e non colpevoli. Osservando questo affresco drammatico e luminoso, emerge una direzione vitale esigente e intensa, in cui la comunità dei credenti è immersa nella vicenda storica di tutti gli umani, nel mondo, ma con in cuore una Parola divina. A differenza del giubileo straordinario del 2015/2016 non sono previsti luoghi di pellegrinaggio giubilare nelle chiese locali: il ruolo della città di Roma torna nella sua unicità simbolica. Per entrare in questa dinamica di speranza, il giubileo ci è offerto allora con le sue pratiche rituali più tipiche e tradizionali: gli atti di penitenza, il sacramento della riconciliazione, il pellegrinaggio, l’elemosina, le indulgenze. Su queste pratiche, si apre tutto uno spazio molto ampio di azione pastorale che coinvolge, appunto, primariamente la liturgia e la sua cura. Pensiamo in particolare all’opportunità molto urgente di lavorare al tema serio della lotta contro il male che sia manifesta nel capace uso della virtù della penitenza. Perché la proposta delle indulgenze sia minimamente ascoltabile e ritorni alla sua piena opportunità, è necessaria una rinnovata consapevolezza della sfida sottesa all’organismo delle azioni rituali (e non) di cui la comunità dei credenti si dota per lasciarsi sottrarre dal male (sia esso colpa, tradimento, malattia, morte) e per accompagnare chi vi finisce prigioniero. Se il tema esistenziale e teologico della speranza si presta con una certa facilità ad un lavoro di annuncio e riflessione comune, tutto un grande cantiere di azioni va predisposto perché gli atti giubilari non si risolvano in una serie discutibile di gite a Roma. L’opera antica e assolutamente a la page del pellegrinaggio risuona come un’opportunità straordinaria da non perdere. Infine, è necessario ricordare che la pratica del giubileo non rende facile il cammino di unità delle chiese, perché rinnova dibattiti ora più fraterni ma mai del tutto conclusi (pensiamo al tema delle indulgenze in particolare, al ruolo di Roma e del pontefice). Questa preoccupazione non è assente dalla bolla e si concretizza con l’invito a valorizzare l’anniversario dei 1700 anni del concilio di Nicea, atto ecclesiale («Noi crediamo!», SNC 17) e la felicissima ricorrenza comune della data della pasqua, dono raro dal forte gusto profetico ed escatologico. 

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